Memorie comuniste, rancori mai sopiti e nostalgia
Il Tirreno, 14-09-2010, Corrado Benzio
“Memorie comuniste” (edizioni Sarnus, 15 euro) è l’ultimo lavoro politicamente postumo di Renzo Bardelli; postumo perché parla ancora del Pci: dal dopoguerra alla svolta della Bolognina per poi sfiorare il Pd, senza però cambiare i suoi bersagli tradizionali: le “cariatidi” del partito, gli stalinisti duri e puri, coloro che apprezzarono la sue denunce ma non ebbero il coraggio di seguirlo, coloro che lo sostennero. E anche in questa opera, non risparmia bordate ai sempreverdi, coloro cioè che hanno attraversato tutte le stagioni di quel partito (dal Pci al Pd) restando ben saldi sul carro del vincitore, senza alcun imbarazzo e facendo pure carriera: Vannino Chiti, vice presidente del Senato e Gianfranco Venturi consigliere regionale, tra tutti.  Il libro non offre grandi novità e pochissime rivelazioni se non alcuni documenti dell’archivio del Pci pistoiese messi a disposizione dell’autore solo nel 2009. Ma anche in questo caso solo qualche curiosità in più, come la posizione delle singole sezioni del Pci dopo l’intervista dell’allora sindaco Renzo Bardelli a Giampaolo Pansa (“In Urss, l’uomo è morto”).  “Memorie” racconta il travaglio di chi ha vissuto all’interno del partito le repressioni sovietiche nei paesi dell’est, il cinismo di chi, in Italia, giustificò
(o, addirittura, applaudì) i bombardamenti aerei su Budapest, i carrarmati a Praga, il tentativo di “normalizzare” la Polonia. Un travaglio intenso e sincero, vissuto da Bardelli in compagnia di pochi (Napolitano a livello nazionale, soprattutto Cipriani e Nanni a Pistoia, seguiti negli anni successivi da Ivo Lucchesi e Ezio Menchi) e con l’ostilità della maggioranza del partito, in modo particolare della “base”.  L’ex sindaco ha creato un puzzle fatto di storia e considerazione politiche, ricordi e episodi locali che si incastrano perfettamente nel suo vissuto politico e umano. Chi è nato prima del 1955 (circa) e ha seguito le vicende politiche, può ritrovare un bel pezzo del proprio percorso: persone conosciute, episodi vissuti più o meno direttamente, il dibattito politico; niente di più, perché ciò che Bardelli racconta in “Memorie”, agli ultra 55enni nella gran parte è già noto. È, invece, un libro che parla ai giovani (non a caso, l’autore lo dedica a tre giovani: Davide Innocenti, Gabriele Romiti e Giovanni Sarteschi), che spiega - forse meglio di un libro di storia - cosa è avvenuto in Europa e in Italia dal dopoguerra alla fine degli anni ’90. Magari avrebbe potuto approfondire di più il tema del ruolo (mancato) degli Stati Uniti sulla evoluzione “atlantica”
del Pci che a metà degli anni ’70 appassionò una (piccola) parte di militanti.  È un libro di parte? Domanda legittima prima di leggerlo, assolutamente gratuita quando si arriva all’ultima pagina. Perché Bardelli fa parlare sia la ragione che il cuore.  E qui sta la contraddizione di “Memorie comuniste”. È un racconto nel quale l’autore non nasconde una forte nostalgia per il Pci ma non ci fa capire cos’è che ha perduto perché gli attacchi al “sistema” e ai suoi gruppi dirigenti è senza pietà. Specialmente un passaggio rimette in discussione ogni lettura romantica: «Maledetta Unione Sovietica, disgraziato comunismo che hai disperso, con le tue ossessioni ideologiche, con le tue bardature formali, con il tuo settarismo, con la tua burocrazia, un grande patrimonio umano intriso di passione vera». Era il marzo 1979.  Solo dieci anni dopo, gli eventi avrebbero dato ragione a quel sindaco che da solo combatté una battaglia durissima per un’idea di politica che nemmeno la caduta del muro di Berlino avrebbe contribuito a costruire.  Da qui la necessità di testimoniare il suo tempo fino a farla divenire quasi un’ossessione che ha al centro il suo rifiuto di rassegnarsi al fallimento di una sinistra tenuta insieme da troppi ex “qualcosa”.
Memorie Comuniste