Trap e la triste verità sui gatti finiti nel sacco
La Repubblica, 03-11-2013, Gianni Mura
«Non dire gatto se non l’hai nel sacco» è una tipica frase di Giovanni Trapattoni. E tutti a pensare: nel contesto, suona un po’ come «non vendere la pelle dell’orso prima d’averlo ucciso». Ma perché gatto, perché sacco? Forse ho trovato la risposta in un libro di Tebaldo Lorini: “Ricette proibite”
(ed. Sarnus, 73 pagine, 10 euro). Sono ricette dei tempi di guerra e di fame, esempio un impensabile ragù di gazze, ghiandaie, cornacchie e corvi. Anni fa, a Scano Boa, un vecchio pescatore mi spiegò come cucinava i gabbiani. I ristoranti “in” di Londra oggi propongono formiche e cavallette. Da noi è arrivata la carne di struzzo e di bisonte. Si
può provare o rifiutare, ma in tempi durissimi c’erano meno dubbi. E quindi, poiché il gatto in pericolo morde e graffia (giustamente), non è come ammazzare un coniglio o un pollo. Conviene, o meglio conveniva, metterlo nel sacco e poi sbatterlo come si fa coi polpi. È sgradevole, lo so, ma uno dei misteri del Trap è forse chiarito.
Ricette proibite
Rane, asini, rondinotti, gatti e tartarughe nella tradizione alimentare